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LA LUCE COME SOSTANZA COSTITUTIVA DEL MONDO

Sabato 9 giugno ore 18.30 Teatro del Palazzo Mediceo
Emozioni sulla "Luce" trasmesse dal famoso fotografo e filosofo non vedente Prof. Eugen Bavcar

Introduzione e conclusione
Giovanni Cecconi (Presidente del Rito Simbolico Italiano)
Carla Bonvicini ( Assessore alla cultura del Conune di S.Leo)

Presentatore e moderatore
Aleksader Rojc (Dottore e musicolo)

Intervengono
Mauro Guerra (Sindaco del Comune di S.Leo)
Vinicio Serino (Antropologo, Università di Siena)
Stefano Pivato (Rettore dell´Università di Urbino)

Conferenza aperta al pubblico
Sabato 9 giugno 2012 - Ore 18,30
Palazzo Mediceo - San Leo


LA LUCE COME SOSTANZA COSTITUTIVA DEL MONDO

 

IL TERZO OCCHIO DI EVGEN BAVCAR

Evgen Bavcar è nato nel 1946 sui monti della Slovenia. A dieci anni il ramo di un albero lo colpì sul viso: in seguito a questo incidente perse l’occhio destro. Dopo un anno un piccolo oggetto metallico trovato per terra risvegliò la sua curiosità. Questo oggetto era una mina. La prese tra le mani e mentre giocava con il martelletto la mina esplose, ferendolo all’occhio sinistro. Perse ugualmente la vista dell’unico occhio che aveva, finché non fu in grado di distinguere nemmeno la luce. Nel 1972 con una borsa di studio poté recarsi a Parigi per studiare filosofia. Laureatosi in filosofia, ottiene un dottorato ottenuto alla Sorbona con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch. Evgen Bavcar parla francese, italiano tedesco, spagnolo, portoghese. 

Potrebbe sembrare un ossimoro, perché Evgen Bavcar scatta fotografie pur essendo cieco. Vede, ma vede nel buio. Gli occhi – come dice Evgen Bavcar – sono nella mente.

Ci sono gli occhi dell’anima. Ricordate il mito della caverna del settimo libro della Repubblica di Platone? Gli uomini sono come tanti prigionieri incatenati con la faccia rivolta verso il fondo della caverna in cui sono rinchiusi. Alle loro spalle scorrono delle statuette, di cui vedono le ombre proiettate sulla parete che sta loro di fronte. Pensano che quelle ombre siano cose reali, finché non riescono a liberarsi dalle loro catene. Così finalmente vedono e si accorgono che le ombre erano solo le immagini delle statue, e che quelle statue sono a loro volta copie di oggetti reali che stanno fuori dalla caverna. I prigionieri, una volta usciti dalla caverna, siccome sono accecati dalla luce improvvisa a cui non sono abituati, non possono vedere ancora direttamente gli oggetti reali, ma solo le loro figure riflesse nell’acqua. Chi è che vede realmente: noi o Evgen Bavcar? Sicuramente Evgen Bavcar: vede, ma vede nel buio. Il buio non è sempre nero come noi crediamo, perché nel buio vediamo le immagini dell’anima. Evgen Bavcar di solito ama realizzare i suoi scatti di notte, con l’ausilio di luci portatili che illuminano i soggetti.

Nel buio vivono le nostre metafore, i nostri riflessi.

 Se un cieco decide di fotografare, sicuramente deve affrontare problemi tecnici che sono di sua esclusiva competenza. Alcune volte parte da un’ idea precisa presente nella sua mente e “usa” gli occhi di qualcun’altro affinché gli descriva il procedimento e i risultati ottenuti. Altre volte scatta personalmente fotografie alla folla parigina pur non vedendola, ai passanti anonimi che incrocia, attratto dalle loro voci o dalle loro parole catturate tramite il senso dell’udito.Molti chiedono ad Evgen Bavcar perché ami fotografare, e lui risponde: «Anche chi non può vedere ha dentro quella che potremmo definire una necessità visiva. Una persona al buio in una stanza brama la luce e la cerca ad ogni costo. I ciechi agognano la luce così come un bambino su un treno desidera rivedere la luce del sole mentre attraversa un tunnel.»I soggetti proposti nelle foto di Evgen Bavcar sono nudi, paesaggi e bambini sempre immersi nell’oscurità

 

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